
a cura di Stefano Ricchiuti
C’è qualcosa di profondamente investigativo nel golf. Non nel senso banale dell’analisi tecnica, ma in quello più sottile, quasi profondo, della ricerca della verità. Una verità che non si lascia afferrare facilmente, che sfugge, si traveste, si nasconde dietro una sensazione, un timing, un’ossessione.
“Uno studio in rosso birdie” richiama giocosamente il celebre giallo di Arthur Conan Doyle (“Uno studio in rosso”), dove l’intuizione si fonde con l’osservazione minuziosa e prende forma la volontà di indagare — come farebbe Sherlock Holmes — ciò che accade davvero nella mente di un giocatore di talento, nel momento più fragile e decisivo: quello che precede e accompagna il colpo.
“Uno studio in rosso birdie” richiama giocosamente il celebre giallo di Arthur Conan Doyle (“Uno studio in rosso”), dove l’intuizione si fonde con l’osservazione minuziosa e prende forma la volontà di indagare — come farebbe Sherlock Holmes — ciò che accade davvero nella mente di un giocatore di talento, nel momento più fragile e decisivo: quello che precede e accompagna il colpo.
Sin da ragazzino ho sempre chiesto a giocatori nazionali, ai professionisti, ai giocatori di talento che avevo la fortuna di incontrare o con cui giocare: «Ma tu a cosa pensi, prima e soprattutto durante lo swing?»
Nel tempo ho fatto mie, anche nel mio gioco e poi nel modo di insegnare, i concetti appresi nel corso del tempo, ma credo che di tanto in tanto sia bene riportare queste chiavi alla mente, perché parte fondamentale del gioco stesso.
Le risposte, come spesso accade quando ci si avvicina alla verità, non sono mai identiche, ma tracciano linee comuni che vale la pena seguire.
Nel tempo ho fatto mie, anche nel mio gioco e poi nel modo di insegnare, i concetti appresi nel corso del tempo, ma credo che di tanto in tanto sia bene riportare queste chiavi alla mente, perché parte fondamentale del gioco stesso.
Le risposte, come spesso accade quando ci si avvicina alla verità, non sono mai identiche, ma tracciano linee comuni che vale la pena seguire.
Oggi, parlando con l’amica Stefania Croce, giocatrice del Tour, vincitrice del Ford Ladies Classic, allenatrice della Nazionale Italiana Femminile e pluricampionessa italiana, lei afferma: «Durante la preparazione mi concentro sugli aspetti tecnici che voglio eseguire. Poi visualizzo chiaramente il colpo. Ma nel momento in cui sono sulla palla, pronta a colpire, tutto si semplifica: rimane solo l’obiettivo. La tecnica è presente, ma lascia spazio all’istinto».
C’è già, in queste parole, un passaggio fondamentale: dalla complessità alla semplicità. Dalla costruzione al lasciar accadere. È come se il pensiero dovesse attraversare una fase di organizzazione per poi dissolversi, lasciando spazio a qualcosa di più essenziale.
Ho posto la medesima domanda nientemeno che a Helen Alfredsson, Giocatrice del LET e del LPGA Tour con 18 vittorie in carriera, vincitrice di un Major, membro della squadra europea di Solheim Cup, numero 7 del mondo nel 2008. Helen dice: «Penso che riuscire a fare una buona rotazione sia sempre fondamentale, così come mantenere il corpo centrato. Quando questi elementi sono chiari e assimilati, la mente si libera e può concentrarsi su un unico punto essenziale. È in quella sintesi che il gesto diventa fluido e naturale, preludio alla semplicità della monoidea».
Infine, un altro tassello arriva da Matteo Delpodio, anche lui ex giocatore del Tour, commentatore di Discovery ed Eurosport, nonché già Direttore Tecnico della FIG, che entra nel cuore del processo con una lucidità quasi chirurgica: «Tutto ciò che accade da quando arrivi sulla palla fino a dopo l’impatto deve possedere un mix di naturalezza e costruzione a priori. Deve essere qualcosa di naturale, non di forzato. Non è un procedimento schematico, matematico, visibilmente costruito. Eppure, allo stesso tempo, è una sequenza di azioni sempre uguali, con una logica, una cronologia e soprattutto con dei tempi ben precisi. Ci sono momenti a tempo variabile e altri a tempo invariabile». E poi ancora: «È un po’ come l’Expertise: la riconosci quando tutto sembra facile. Un giocatore di alto livello, con una routine semplice, in realtà ha una struttura molto forte dietro. E questa struttura richiede tempo per essere costruita».
Queste parole delineano l’architettura invisibile del colpo: una struttura solida che, proprio perché interiorizzata, diventa impercettibile agli occhi.
Matteo prosegue: «La routine si sviluppa in diversi passaggi. Il primo è la valutazione oggettiva: il lie, la distanza, la posizione della bandiera, il vento, le condizioni generali. Tutto ciò che serve per costruire una mappa della situazione. Questa fase può essere più o meno lunga, a seconda della complessità. Poi c’è la visualizzazione: se non riesco a vedere il colpo, non posso eseguirlo. Subito dopo entra in gioco la sensazione, il feeling, che viene percepito nello swing di prova, cercando di riprodurre ciò che si è visualizzato. Infine si entra nella pre-shot routine vera e propria: una sequenza codificata, sia nei movimenti che nei tempi, che porta al colpo. Qui entra in gioco il trigger: una sequenza sempre uguale che ti porta all’impatto con lo stesso timing, indipendentemente dal contesto. Che sia il primo giorno o l’ultima buca della domenica, il tempo non cambia».
In altre parole, è il momento in cui il pensiero cede il passo all’azione e la fiducia diventa il vero motore del gesto.
«Quando si parla di cosa si pensa durante lo swing, ci sono due pilastri. Il primo è la monoidea: sotto pressione serve una sola idea, semplice. Il secondo è che questa idea deve essere tua. Se è imposta dall’esterno, può funzionare in campo pratica, ma spesso crolla in campo. Ciò che è tuo, invece, tende a reggere. Perché è integrato».
Ed è proprio questa unicità a trasformare un gesto tecnico in un’espressione autentica della propria identità. Matteo prosegue: «Infine, c’è il post-shot. La routine non finisce all’impatto. Dopo il colpo c’è una fase fondamentale: osservare, capire cosa è successo, raccogliere informazioni senza giudizio. L’errore non è qualcosa da evitare, ma la nostra migliore opportunità. È lì che troviamo le informazioni più preziose, quelle che fanno davvero crescere il giocatore».
Queste parole delineano l’architettura invisibile del colpo: una struttura solida che, proprio perché interiorizzata, diventa impercettibile agli occhi.
Matteo prosegue: «La routine si sviluppa in diversi passaggi. Il primo è la valutazione oggettiva: il lie, la distanza, la posizione della bandiera, il vento, le condizioni generali. Tutto ciò che serve per costruire una mappa della situazione. Questa fase può essere più o meno lunga, a seconda della complessità. Poi c’è la visualizzazione: se non riesco a vedere il colpo, non posso eseguirlo. Subito dopo entra in gioco la sensazione, il feeling, che viene percepito nello swing di prova, cercando di riprodurre ciò che si è visualizzato. Infine si entra nella pre-shot routine vera e propria: una sequenza codificata, sia nei movimenti che nei tempi, che porta al colpo. Qui entra in gioco il trigger: una sequenza sempre uguale che ti porta all’impatto con lo stesso timing, indipendentemente dal contesto. Che sia il primo giorno o l’ultima buca della domenica, il tempo non cambia».
In altre parole, è il momento in cui il pensiero cede il passo all’azione e la fiducia diventa il vero motore del gesto.
«Quando si parla di cosa si pensa durante lo swing, ci sono due pilastri. Il primo è la monoidea: sotto pressione serve una sola idea, semplice. Il secondo è che questa idea deve essere tua. Se è imposta dall’esterno, può funzionare in campo pratica, ma spesso crolla in campo. Ciò che è tuo, invece, tende a reggere. Perché è integrato».
Ed è proprio questa unicità a trasformare un gesto tecnico in un’espressione autentica della propria identità. Matteo prosegue: «Infine, c’è il post-shot. La routine non finisce all’impatto. Dopo il colpo c’è una fase fondamentale: osservare, capire cosa è successo, raccogliere informazioni senza giudizio. L’errore non è qualcosa da evitare, ma la nostra migliore opportunità. È lì che troviamo le informazioni più preziose, quelle che fanno davvero crescere il giocatore».
Si tratta di concetti importanti, che fanno la differenza tra un buon giocatore e uno di alto livello e, a mio modo di vedere, è proprio qui che si gioca una partita nella partita.
Perché non si tratta solo di eseguire un colpo. Si tratta di costruire un linguaggio interiore che sia stabile, riconoscibile, affidabile. Un linguaggio che non crolli quando la pressione sale, ma che anzi diventi ancora più essenziale. Un’indagine continua tra controllo e abbandono, tra struttura e istinto, tra pensiero e silenzio.
E forse, alla fine, il vero birdie non è quello che finisce sullo score ma quello che nasce quando, per un istante, tutto coincide.
Perché non si tratta solo di eseguire un colpo. Si tratta di costruire un linguaggio interiore che sia stabile, riconoscibile, affidabile. Un linguaggio che non crolli quando la pressione sale, ma che anzi diventi ancora più essenziale. Un’indagine continua tra controllo e abbandono, tra struttura e istinto, tra pensiero e silenzio.
E forse, alla fine, il vero birdie non è quello che finisce sullo score ma quello che nasce quando, per un istante, tutto coincide.